Decreto Legge “dignità”: le principali novità

03/07/2018

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Il decreto legge c.d. “Decreto dignità”, approvato nella serata del 2 luglio dal Consiglio dei Ministri, che è stato appena presentato e che entrerà in vigore con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale, ha apportato modifiche sia in materia di diritto del lavoro che in ambito fiscale.

Di seguito se ne riporta una prima sintesi.

 

Novità in materia di diritto del lavoro

L’area di intervento del decreto attiene sia all’apposizione del termine di durata ai contratti di lavoro subordinato (che dovrà essere applicata anche ai contratti di somministrazione a termine), sia alla disciplina sanzionatoria prevista dal Jobs Act per i licenziamenti dichiarati illegittimi.

Non si tratta di effettive novità nel panorama legislativo, bensì, per quanto riguarda i contratti a termine, della riproposizione (pur con ulteriori modifiche) della disciplina del 2001, come risultante all’esito di successivi interventi legislativi quali, da ultimo, la cd. “Legge Fornero”.

Segnaliamo che la riforma si applica solo al rapporto di lavoro privato, non a quello pubblico.

 

Contratti di lavoro subordinato a termine - contratti di somministrazione a termine

Diversamente da quanto previsto dal Jobs Act, viene reintrodotto in specifiche ipotesi l’obbligo di motivare l’apposizione del termine (cd. “assunzione causale”).

Nel dettaglio, il datore di lavoro potrà:

  • assumere a termine senza alcuna motivazione per un periodo non superiore a 12 mesi, (anziché 36);
  • laddove voglia assumere, o prorogare un contratto, per un periodo superiore a 12 mesi e per un massimo di 24 mesi (anziché 36), ovvero voglia rinnovare un’assunzione occorrerà indicare almeno una delle seguenti esigenze:

1. «temporanee e oggettive, estranee all’ordinaria attività per esigenze sostitutive di altro lavoratore» (la formulazione, in questo caso, non è affatto chiara);

2. «connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili dell’attività ordinaria»;

Il limite massimo complessivo di durata del contratto a termine, quindi, è diminuito da 36 a 24 mesi, e potrà essere raggiunto con massimo 4 proroghe (anziché 5) del contratto originario. Laddove le proroghe dovessero essere più di quattro, scatterà la sanzione della conversione in rapporto di lavoro a tempo indeterminato.

Vi è, poi, un’ulteriore previsione: il contributo addizionale già previsto dalla Legge Fornero nella misura dell’1,4%, è aumentato dello 0,5%, vale a dire a 1,9%, in ipotesi di rinnovo del contratto originariamente stipulato.

È importante sottolineare che la disciplina appena approvata troverà immediata applicazione non soltanto per le nuove assunzioni, bensì anche «nei casi di nuovo rinnovo a tempo determinato ai contratti in corso alla data di entrata in vigore».

Come si è accennato, identica disciplina troverà applicazione ai contratti di somministrazione a termine, vale a dire nei contratti di assunzione effettuati dalle Agenzie per il Lavoro al fine di inviare ai loro clienti utilizzatori le professionalità richieste.

Da ultimo, il Legislatore delegato ha previsto che il lavoratore possa impugnare l’apposizione del termine nel termine di 180 giorni, anziché di 120.

Licenziamento illegittimo

Cambia anche il regime di tutele crescenti previsto, in ipotesi di licenziamento illegittimo, a favore dei lavoratori assunti con decorrenza dal 7 Marzo 2015.

Vero è, infatti, che l’ammontare dell’indennità risarcitoria (non assoggettata a contribuzione sociale) prevista per i casi di assenza di giusta causa o di giustificato motivo oggettivo o soggettivo, è stato aumentato da un minimo di 6 (anziché 4) a un massimo di 36 (anziché 24) mensilità.

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Il cd. “Decreto dignità” è stato da sempre pensato come provvedimento necessario per contrastare il lavoro precario e l’uso indiscriminato dei contratti a termine.

Mentre auspichiamo che alcune sue parti vengano riformulate (ad esempio, come detto, per chiarire la motivazione prevista dalla lettera a) del nuovo articolo 19 del d.lgs. 81/2015), la prima impressione è che forse sarebbe stato opportuno pensare a come ridurre il precariato senza riattivare discipline legali che negli ultimi decenni hanno, da una parte, limitato le possibilità di ingresso nel mercato del lavoro; dall’altra, contribuito in modo determinante all’aumento del contenzioso del lavoro.

Novità in materia fiscale

Limiti alla delocalizzazione per le imprese beneficiarie di aiuti

Le imprese italiane ed estere operanti nel territorio dello Stato, che hanno beneficiato di un aiuto di Stato che prevede l’effettuazione di investimenti produttivi, decadono dal beneficio stesso, se l’attività economica interessata dall’agevolazione ovvero un’attività analoga o una loro parte venga delocalizzata in altro Stato entro cinque anni dalla data di conclusione dell’iniziativa agevolata. Nel caso di decadenza dall’agevolazione si applica anche una sanzione amministrativa compresa tra il 200% e il 400% dell’importo dell’aiuto fruito. L’importo del beneficio da restituire per effetto della decadenza è, comunque, maggiorato di un tasso di interesse pari al tasso ufficiale di riferimento vigente alla data di erogazione o fruizione dell’aiuto, maggiorato di cinque punti percentuali.

Fuori dai predetti casi, le imprese italiane ed estere operanti nel territorio nazionale che hanno beneficiato di un aiuto di Stato che prevede l’effettuazione di investimenti produttivi specificamente localizzati ai fini dell’attribuzione di un beneficio, decadono dal beneficio se l’attività economica interessata dallo stesso ovvero un’attività analoga o una loro parte venga delocalizzata dal sito incentivato in favore di unità produttive situate al di fuori dell’ambito territoriale del predetto sito, in ambito sia nazionale sia europeo, entro cinque anni dalla data di conclusione dell’iniziativa o del completamento dell’investimento agevolato.

Ai fini delle predette previsioni, per delocalizzazione si deve intendere il trasferimento di attività economica o di sua parte dal sito produttivo incentivato ad altro sito da parte della medesima impresa beneficiaria dell’aiuto o di altra impresa con la quale vi sia rapporto di controllo o collegamento ai sensi dell’articolo 2359 c.c.

Tutela dell’occupazione per le imprese beneficiare di aiuti

Le imprese italiane ed estere che beneficiano di misure di aiuto di Stato che prevedono la valutazione dell’impatto occupazionale e che, al di fuori dei casi riconducibili a giustificato motivo oggettivo, riducono i livelli occupazionali degli addetti all’unità produttiva o all’attività interessata dal beneficio nei cinque anni successivi alla data di completamento dell’investimento decadono dal beneficio in presenza di una riduzione superiore al 10%; la decadenza dal beneficio è disposta in misura proporzionale alla riduzione del livello occupazionale ed è comunque totale in caso di riduzione superiore al 50%.  

Nel caso di decadenza dall’agevolazione si applica anche una sanzione amministrativa compresa tra il 200% e il 400% dell’importo dell’aiuto fruito. L’importo del beneficio da restituire per effetto della decadenza è, comunque, maggiorato di un tasso di interesse pari al tasso ufficiale di riferimento vigente alla data di erogazione o fruizione dell’aiuto, maggiorato di cinque punti percentuali.

Dette previsioni si applicano ai benefici concessi successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto.

Iper-ammortamenti

Il riconoscimento della maggiorazione figurativa del costo di acquisizione del 150%, c.d. “iper-ammortamento”, in capo alle imprese che effettuano investimenti in beni materiali strumentali nuovi ad alto contenuto tecnologico è subordinato al fatto che detti beni siano destinati a strutture produttive localizzate nel territorio dello Stato. Tale condizione trova applicazione a decorrere dal periodo d’imposta di entrata in vigore del decreto.

Inoltre, se nel corso del periodo di fruizione dell’iper-ammortamento, i beni oggetto dell’agevolazione sono ceduti a titolo oneroso o vengono destinati a strutture produttive situate all’estero, anche se appartenenti alla stessa impresa, si realizza l’effetto recapture dei benefici fiscali fruiti fino a tale datai. La restituzione di detti benefici si realizza mediante una variazione in aumento del reddito imponibile relativo al periodo d’imposta in cui la cessione o la delocalizzazione dei beni è avvenuta, pari all’agevolazione fino a tale data fruita. Non si applicano né sanzioni né interessi. Tale divieto riguarda le cessioni o le localizzazioni avvenute successivamente alla data di entrata in vigore del decreto. Dette previsioni non trovano applicazione nel caso in cui i beni agevolati siano sostituiti – durante il periodo di fruizione del benficio fiscale – con altri aventi tecnologie analoghe o superiori.

Credito d’imposta ricerca e sviluppo

Non sono ammissibili i costi sostenuti per l’acquisto, anche in licenza d’uso, delle competenze tecniche e privative industriali derivanti da operazioni intercorse con imprese appartenenti al medesimo gruppo. Si considerano appartenenti al medesimo gruppo, le imprese controllate, controllanti o controllate dal medesimo soggetti ai sensi dell’articolo 2359 c.c.

Tale esclusione trova applicazione già a decorrere dal periodo d’imposta di entrata in vigore del decreto, anche in relazione al calcolo della media di raffronto.

Redditometro

La determinazione sintetica del reddito può essere altresì fondata sul contenuto induttivo di elementi indicativi di capacità contributiva individuato mediante l'analisi di campioni significativi di contribuenti, differenziati anche in funzione del nucleo familiare e dell'area territoriale di appartenenza, con decreto del Ministero dell'economia e delle finanze da pubblicare nella Gazzetta Ufficiale con periodicità biennale, sentiti l’ISTAT e le associazioni maggiormente rappresentative dei consumatori per gli aspetti riguardanti la metodica di ricostruzione induttiva del reddito complessivo in base alla capacità di spesa ed alla propensione al risparmio dei contribuenti.

Viene abrogato, con effetto dall’anno di imposta in corso al 31 dicembre 2016, il DM 16.09.2015, con il quale è stato individuato il contenuto induttivo degli elementi indicativi della capacità contributiva sulla base del quale può essere fondata la determinazione sintetica del reddito delle persone fisiche.

Dette previsioni non si applicano agli inviti per fornire dati e notizie rilevanti ai fini dell'accertamento e agli altri atti previsti ai fini dell’accertamento sintetico del reddito per gli anni di imposta fino al 31 dicembre 2015. In ogni caso non si applicano agli atti già notificati e non si fa luogo al rimborso delle somme già pagate.

 

Spesometro

La comunicazione dei dati relativi alle fatture emesse e ricevute e registrate relative al terzo trimestre 2018 (luglio-agosto-settembre) potrà essere trasmessa all’Agenzia delle entrate entro il 28 febbraio 2019. Viene, inoltre, precisato che laddove si opti per il 2018 per l’invio dei suddetti dati con cadenza semestrale, gli stessi devono essere trasmessi all’Agenzia delle entrate entro il 30 settembre per il primo semestre ed entro il 28 febbraio dell’anno successivo per il secondo semestre.

 

Split payment

Viene abrogato il meccanismo della scissione dei pagamenti con riferimento alle prestazioni di servizi soggette a ritenuta alla fonte (i.e. prestazioni professionali), a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto.

 

Rif. Decreto Legge “Disposizioni urgenti per la dignità dei lavoratori e delle imprese”, c.d. “Decreto dignità” approvato dal Consiglio dei Ministri il 2 luglio 2018.

 

Responsabilità dell’Amministratore delegato di S.p.A. per violazione degli obblighi informativi in tema di interessi nelle operazioni societarie e onere della prova

28/06/2018

Corporate, Finance e Capital Market

La Corte di Cassazione, con l’Ordinanza n. 14072 del 1° giugno 2018, ha affermato che nel caso di violazione degli obblighi informativi in ordine all’interesse dell’Amministratore delegato di una società per azioni in una determinata operazione della società (ex articolo 2391, comma 1, c.c.), l’onere di provare la sussistenza del danno cagionato alla società e il nesso di causalità tra lo stesso e la condotta dell’amministratore spetta alla società che agisce nei suoi confronti (ex articolo 2391, comma 4, c.c.). Nel caso di specie, l’Ad aveva agito in conflitto di interessi, avendo omesso di riferire agli altri amministratori e al collegio sindacale il proprio rapporto di parentela con un membro dell’organo di consulenza al quale la società aveva conferito l’incarico di esprimere una valutazione sulla convenienza di un’operazione di finanziamento di società estere da parte della società. La Corte di Cassazione, ai fini dell’affermazione della responsabilità dell’Ad, ha inquadrato tale condotta nella fattispecie di violazione degli obblighi di informazione ex articolo 2391, comma 4, c.c., sulla base del riferimento alla dannosità della scelta decisionale quale elemento essenziale della responsabilità. Ne consegue che incombe sulla società provare il danno presunto e il nesso causale, secondo gli ordinari criteri distributivi di cui all’articolo 2697 c.c., non essendo invece configurabile alcuna inversione dell’onere della prova.

 

Rif. Corte di Cassazione, Ordinanza del 1° giugno 2018, n. 14072

Il punto di vista di Assonime sull’esternalizzazione della funzione di internal audit

28/06/2018

Corporate, Finance e Capital Market

Assonime, in data 28 maggio 2018, ha pubblicato il Caso 7 del 2018 “L’esternalizzazione della funzione di controllo interno in una società quotata non finanziaria”, dedicato alla possibilità di affidare ad un soggetto esterno alla società il compito di responsabile della funzione di controllo interno (c.d. internal audit), funzione che nel generale assetto del sistema dei controlli societari, ha assunto nel tempo un ruolo sempre più significativo. Secondo l’Associazione, le società quotate di natura non finanziaria possono attribuire il compito di responsabile della funzione di internal audit anche a un soggetto esterno non legato ad esse da un rapporto di lavoro subordinato. Tale soggetto esterno può essere anche una persona giuridica, essendosi il nostro ordinamento ormai aperto – così Assonime – alle persone giuridiche in campi che si consideravano tradizionalmente riservati alle persone fisiche. In tal caso la persona giuridica nominata responsabile deve designare la persona fisica che svolge la funzione di responsabile. A tali conclusioni Assonime è giunta sulla base della considerazione per cui posto che il sistema delle norme primarie per le società di diritto comune non regola espressamente il tema in esame, se non con limitate disposizioni, si può ritenere legittima l’attribuzione a un soggetto esterno alla società del ruolo di responsabile della funzione di internal audit solo se essa possa essere considerata una forma organizzativa “adeguata” per la società. In particolare, Assonime interpreta il criterio dell’adeguatezza alla luce delle indicazioni operative contenute nel Codice di autodisciplina delle società quotate, il quale prevede espressamente la possibilità di esternalizzazione della funzione di internal audit ad un soggetto dotato di adeguati requisiti di professionalità, indipendenza e organizzazione. Non è di ostacolo la previsione, contenuta sempre nel Codice di autodisciplina, secondo cui il responsabile della funzione di internal audit non è responsabile di alcuna area operativa e dipende gerarchicamente dal consiglio di amministrazione. Ciò in quanto l’indicazione di un rapporto gerarchico tra consiglio di amministrazione e responsabile della funzione di internal audit è diretta a riassumere la qualifica giuridica di sintesi dei poteri del primo verso il secondo, spettando al consiglio di amministrazione il potere di nominare e revocare il responsabile della funzione di controllo interno, assicurargli le risorse e definirne la remunerazione, quale che sia la natura del rapporto tra società e responsabile della funzione di internal audit, il quale potrebbe essere un lavoratore subordinato della società, ma anche un soggetto legato ad essa da un rapporto giuridico di diversa natura.

 

Rif. Assonime, Caso 7 del 2018 “L’esternalizzazione della funzione di controllo interno in una società quotata non finanziaria”

Il DLgs n. 63/2018 attuativo della direttiva (UE) 2016/943 sulla protezione del know how riservato e dei segreti commerciali

28/06/2018

Corporate, Finance e Capital Market

In attuazione della direttiva (UE) 2016/943 sulla protezione del know-how riservato e delle informazioni commerciali riservate (segreti commerciali) contro l'acquisizione, l'utilizzo e la divulgazione illeciti, è stato emanato il DLgs n. 63 del 11 maggio 2018, in vigore dal 22 giugno 2018. Il decreto legislativo, che rappresenta un’importante novità nella disciplina italiana del know how e dei trade secrets, modifica diverse norme del codice della proprietà industriale e del codice penale.

Il decreto legislativo sostituisce alla nozione di “informazioni aziendali riservate” quella di “segreti commerciali”. Restano pertanto oggetto di tutela le informazioni che siano: (i) segrete, nel senso che non siano nel loro insieme o nella precisa configurazione e combinazione dei loro elementi generalmente note o facilmente accessibili agli esperti e agli operatori del settore; (ii) dotate di valore economico in quanto segrete; (iii) sottoposte, da parte delle persone al cui legittimo controllo sono soggette, a misure da ritenersi ragionevolmente adeguate a mantenerle segrete. Cambia, invece, l’estensione della nozione di “illecito utilizzo”: il legislatore indica una serie di condotte che costituiscono illecito, quali l’acquisizione, l’utilizzazione o la rivelazione di segreti commerciali o ancora la produzione, l’offerta, la commercializzazione di merci costituenti violazioni ovvero l’importazione, l’esportazione o lo stoccaggio delle medesime merci, realizzate dal soggetto che era a conoscenza o avrebbe dovuto avere conoscenza che i segreti commerciali erano stati ottenuti o utilizzati in modo illecito. È così posto l'accento anche sulle condotte colpose non prese in considerazione in passato, al fine di ridurre il rischio di diffusione di pratiche illecite. I diritti e le azioni derivanti dalle suddette condotte illecite si prescrivono in 5 anni. Il provvedimento legislativo introduce una serie di misure sanzionatorie civili e penali maggiormente efficaci, proporzionate e dissuasive. In particolare: (i) il giudice, nel corso di procedimenti giudiziari relativi all’acquisizione, all’utilizzazione o alla rivelazione illecite dei segreti commerciali, può vietare, su istanza di parte, a determinati soggetti, coinvolti nel procedimento, l’utilizzo o la rivelazione dei segreti commerciali oggetto del giudizio dallo stesso ritenuti riservati (art. 121-ter c.p.i.); (ii) sono introdotte alcune indicazioni che il giudice deve tenere in considerazione per applicare le misure previste dagli artt. 124 (Misure correttive e sanzioni civili) e 126 (Pubblicazione della sentenza) c.p.i., in particolare, al fine di valutarne la proporzionalità; (iii) in alternativa alle misure cautelari, il giudice può, su istanza di parte, autorizzare la parte interessata a continuare a utilizzare i segreti commerciali prestando idonea cauzione per l’eventuale risarcimento dei danni subiti dal legittimo detentore (art. 132 c.p.i.); (iv) è prevista la pena della reclusione per chiunque, avendo acquisito - per ragioni del suo stato o ufficio o della sua professione o arte oppure in modo abusivo - segreti commerciali o notizie destinate a rimanere segrete relative a scoperte o invenzioni scientifiche, li riveli o li impieghi a proprio o altrui profitto (art. 623 c.p.); (v) viene esplicitamente sanzionata l'elusione di un provvedimento del giudice che prescrive misure inibitorie o correttive a tutela di tutti i diritti di proprietà industriale, non solo dei segreti commerciali (art. 388 c.p.).

 

Rif. DLgs n. 63 del 11 maggio 2018, attuativo della direttiva (UE) 2016/943 del Parlamento europeo e del Consiglio dell’8 giugno 2016

L’articolo 2476 c.c. è applicabile anche alle S.p.A.

28/06/2018

Crisi d'impresa

La recentissima sentenza della Corte di Cassazione del 20 giugno 2018 n. 16291 è degna di nota in quanto fornisce un punto fermo in tema di applicabilità anche alla S.p.A. dell’art. 2467 c.c. relativo alla disciplina applicabile ai finanziamenti effettuati dai soci di S.r.l.

Fino ad oggi la giurisprudenza ha oscillato tra tre differenti indirizzi, sostenendo di volta in volta:

  1. l’inapplicabilità della regola della postergazione sancita dall’art. 2467 c.c. alle S.p.A.;
  2. la portata di principio generale della norma in esame e come tale applicabile a ogni tipo di società di capitali;
  3. l’estensibilità della previsione ai soci delle società per azioni che, per entità o qualità partecipativa, siano nella sostanza assimilabili ai soci di S.r.l.

La Corte di Cassazione, con la sentenza indicata, ha avallato quest’ultimo orientamento in ragione della ratio dell’art. 2467 c.c. che mira al contrasto del fenomeno della sottocapitalizzazione nominale delle società a responsabilità limitata. Alla luce di ciò, i giudici di legittimità ritengono estensibile la norma alle S.p.A. “a valle di una valutazione in concreto”, ossia laddove la compagine sociale risulti essere a ristretta base partecipativa e, principalmente, a base familiare. Tale situazione porta i soci ad effettuare prestiti o prestare fideiussioni in luogo di conferimenti idonei ad aumentare il capitale di rischio. A conferma di tale indirizzo, la Corte di Cassazione richiama altre norme che rinviando all’art. 2467 c.c. non fanno alcuna distinzione in base al tipo societario e, segnatamente si tratta:

  • dell’art. 2497 quinquies c.c. rispetto ai rapporti di finanziamento infragruppo tra società controllanti e controllate che rinvia all’art. 2467 c.c.;
  • dell’art. 182 quater, comma 3, LF che deroga all’art. 2467 c.c. quanto alla prededucibilità dei crediti nel concordato preventivo e negli accordi di ristrutturazione.

Rif. Corte di Cassazione, sentenza del 20 giugno 2018, n. 16291

 

Il credito dell’attestatore del piano concordatario si colloca in prededuzione in caso successivo fallimento

28/06/2018

Crisi d'impresa

La Corte di Cassazione, con la Ordinanza n. 12017 del 17 maggio 2018, ha riconosciuto la collocazione in prededuzione, ai sensi dell’art. 111, comma 2, L.F., in caso di successivo fallimento, del credito del professionista che ha predisposto l’attestazione ex art. 161, comma 3, L.F., comprovante la veridicità dei dati aziendali e la fattibilità del piano, necessaria per presentare la domanda di concordato preventivo.

I giudici di legittimità, infatti, hanno ritenuto tale credito ricompreso tra i crediti sorti in funzione della procedura e, rifacendosi alla giurisprudenza sul tema, hanno argomentato tale posizione sotto un duplice profilo. In primo luogo, hanno fatto richiamo alla ratio dell’art. 111, comma 2, LF, ravvisabile nella volontà del Legislatore di incentivare il ricorso a forme di soluzione concordata della crisi d’impresa introducendo un’eccezione al principio della par condicio creditorum. In secondo luogo, hanno ribadito che il requisito della funzionalità della prestazione svolta dal professionista, richiesto dalla disposizione citata, deve essere verificato in relazione all’attività di risanamento secondo un giudizio ex ante e, in caso di successivo fallimento, nessuna verifica deve essere compiuta in ordine al conseguimento di un’utilità in concreto per la massa dei creditori, concetto che non può essere confuso con quello di funzionalità.

 

Rif. Corte di Cassazione, Ordinanza del 17 maggio 2018, n. 12017

Malattia “a macchia di leopardo” del dipendente: il licenziamento è illegittimo se non è superato il periodo di comporto

28/06/2018

Diritto del lavoro

Con la Sentenza n. 15523 del 13 giugno 2018, la Cassazione, confermando quanto stabilito dalla sentenza di appello, ha dichiarato l’illegittimità del licenziamento per giustificato motivo oggettivo irrogato a un dipendente per eccessiva morbilità, poiché le assenze non avevano superato il periodo di comporto previsto dalla contrattazione collettiva. Secondo quanto stabilito dai giudici di legittimità, le numerose assenze del dipendente per malattia non possono costituire causa di licenziamento per scarso rendimento, caratterizzato da un inadempimento -pur se incolpevole- del lavoratore, essendo improntate alla tutela della salute, che, quale valore preminente, beneficia di una particolare tutela. La Corte di Cassazione, infatti, ha sottolineato che la non utilità della prestazione per il tempo della malattia è un evento previsto e disciplinato dal legislatore, per il quale le norme prevedono che la risoluzione del rapporto sia possibile come sua diretta conseguenza solo dopo il superamento del periodo di comporto, disciplinato dall'art. 2110 del c.c. e dalla contrattazione collettiva. Ne consegue, quindi, che la regola dettata dall'art. 2110 c.c. per le ipotesi di assenze determinate anche da malattia del dipendente prevale, in quanto speciale, sulla disciplina dei licenziamenti individuali, con l’effetto che al datore sarà impedito di porre fine unilateralmente al rapporto sino al superamento del limite di tollerabilità dell'assenza (comporto) predeterminato dalla legge.

 

Rif. Cassazione civile, sezione lavoro, sentenza 13 giugno 2018, n. 15523

 

Credito d’imposta per ricerca e sviluppo: non ammesso se gli investimenti mancano della novità

28/06/2018

Consulenza tributaria e tax compliance

L’Agenzia delle Entrate, con la Risoluzione n. 46/E/2018, intervenendo in materia di credito d’imposta per attività di ricerca e sviluppo, ha precisato che gli investimenti che concernono lo sviluppo di tecnologie d’avanguardia che consistono in tecnologie già disponibili e diffuse nei settori economici non possono essere considerati come investimenti ammissibili al credito, in quanto non è soddisfatto il requisito della novità. La fattispecie esaminata riguardava una società attiva nella gestione di eventi fieristici e congressuali, che aveva effettuato investimenti per realizzare un progetto in relazione al quale aveva avviato un programma di riorganizzazione dei processi industriali in una logica di “smart factory”, per l’integrazione della catena logistica di produzione della fiera tramite l’inclusione di tutti i processi relativi a visitatori, espositori e fornitori, in una prospettiva di incremento di efficacia ed efficienza.

 

Rif. Agenzia delle entrate, Risoluzione del 22 giugno 2018, n. 46/E

Stabile organizzazione: ammesso il riporto delle perdite

28/06/2018

Consulenza tributaria e tax compliance

La Corte di Giustizia UE, con la sentenza relativa alla causa C-650/16, depositata il 12 giugno 2018, ha concluso che è contraria al principio comunitario della libertà di stabilimento la legislazione di uno Stato membro che esclude la possibilità, per una società UE, che non abbia optato per un regime di tassazione consolidata mondiale, di dedurre dal proprio imponibile le perdite subite da una propria stabile organizzazione situata in un altro Stato membro, se le stesse sono ormai divenute totalmente irrecuperabili in quello Stato.

 

Rif. Corte di Giustizia UE, sentenza 12 giugno 2018, relativa alla causa C-650/16

Inerenza: rileva la relazione tra la spesa e l’attività d’impresa

28/06/2018

Consulenza tributaria e tax compliance

La Corte di Cassazione, con sentenza del 6 giugno 2018, n. 14759, ha confermato che il concetto di inerenza si concretizza nella la relazione tra una spesa sostenuta e l’attività di impresa svolta. Pertanto, un costo è rilevante per la determinazione della base imponibile non tanto per la sua diretta connessione con una componente reddituale, ma per la sua riferibilità a un’attività d’impresa potenzialmente idonea a produrre utili.

 

Rif. Corte di Cassazione, sentenza 6 giugno 2018, n. 14579

 


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