Assegno divorzile: secondo la Cassazione conta il contributo dell’ex coniuge alla formazione del patrimonio comune e personale

Diritto di famiglia

La Corte di Cassazione a Sezioni Unite Civili ha pronunciato un’importante sentenza (n. 18287 depositata l’11 luglio 2018) in tema di assegno di divorzio affermando il principio di diritto secondo cui all’assegno di divorzio deve attribuirsi una funzione assistenziale e, in pari misura, compensativa e perequativa e nello stabilire il relativo importo si deve tenere conto delle rispettive condizioni economico-patrimoniali e del particolare rilievo al contributo fornito dall’ex coniuge al patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio, alle potenzialità reddituali future e all’età dell’avente diritto all’assegno.

La Cassazione attribuisce, quindi, rilievo al contributo dell’ex coniuge alla formazione del patrimonio comune e personale, sottolineando la rilevanza del contributo fornito alla conduzione della vita familiare, il quale costituisce il frutto di decisioni comuni libere e responsabili di entrambi i coniugi (che, peraltro, possono incidere anche profondamente sul profilo economico-patrimoniale di ciascuno di essi dopo la fine dell’unione matrimoniale).

La pronuncia in esame supera l’orientamento giurisprudenziale stabilito principalmente dalla sentenza della Cassazione n. 11504/2017, con cui il Supremo Collegio aveva superato l’allora prevalente criterio interpretativo del mantenimento del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio (sancito dalla Cass. SS.UU. n. 11490/1990), individuando il presupposto per l’attribuzione dell’assegno nell’assenza di mezzi adeguati a garantire l’autosufficienza economica del coniuge richiedente. Più specificamente, mentre il primo criterio, che consentiva al coniuge richiedente l’assegno di conservare un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, generava una sorta di ingiustificata “rendita di posizione”, il criterio dell’autosufficienza economica adottato dal secondo indirizzo perseguiva la finalità di responsabilizzazione del coniuge più debole e il raggiungimento dell’indipendenza economica ma finiva per produrre una disparità di posizioni degli ex coniugi legata, tra l’altro, alla difficoltà di raggiungimento dell’indipendenza economica proprio del coniuge più debole.

Secondo la Cassazione a Sezioni Unite il criterio dell’autosufficienza economica sarebbe esposto, in particolare, al rischio dell’astrattezza e di difetto del collegamento con l’effettività della vita matrimoniale. Di conseguenza il giudice dovrà accertare se la condizione di squilibrio economico patrimoniale sia da ricondurre eziologicamente alle scelte comuni e ai ruoli assunti all’interno della vita familiare. Il giudizio di adeguatezza dovrà tener conto anche del sacrificio delle aspettative professionali e reddituali di una delle parti in funzione dell’assunzione di un ruolo trainante endofamiliare, secondo un giudizio prognostico sulla concreta possibilità di recuperare il pregiudizio derivante dall’assunzione di un impegno diverso. Diversamente – secondo la Cassazione – il criterio dell’apporto fornito dall’ex coniuge risulterebbe marginalizzato, con conseguente ingiustificata sottovalutazione dell’autoresponsabilità.

 

Rif. Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenza 11 luglio 2018, n. 18287