Recupero crediti dell’avvocato: le SS.UU. della Cassazione indicano le procedure da seguire

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Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4485 del 23 febbraio scorso, sono intervenute specificando come l’avvocato possa procedere al recupero delle proprie spettanze in relazione all’attività professionale prestata in favore del cliente inadempiente. Il Supremo Collegio ha stabilito che:

 

  • è esclusa la possibilità di introdurre l’azione sia con il rito di cognizione ordinaria (atto di citazione), sia con quello del procedimento sommario “ordinario” di cui agli artt. 702-bis ss. c.p.c.;
  • le uniche due alternative utilizzabili sarebbero (i) il ricorso per ingiunzione di pagamento (con applicazione delle norme speciali che prevedono la permanenza della tutela privilegiata del creditore dopo l'opposizione, ai sensi artt. 648, 649 e 653 c.p.c.) e (ii) il ricorso ex art. 702-bis c.p.c. “speciale” disciplinato dall’art. 14 e dagli art. 3 e 4 del D.lgs. n. 150/2011 (da utilizzare anche per l’opposizione al decreto ingiuntivo);
  • in entrambi i casi, l'oggetto della controversia di cui all'art. 28 L. n. 794/1942 è rappresentato dalla domanda di condanna del cliente al pagamento delle spettanze giudiziali dell’avvocato, tanto se prima della lite vi sia una contestazione sull’an debeatur quanto se non vi sia;
  • una volta introdotta, la controversia resta soggetta al rito di cui all´art. 14 del D.lgs. n. 150/2011 (caratterizzato dall’inappellabilità dell’ordinanza ed immodificabili a del rito), anche quando il cliente sollevi contestazioni riguardo all’an;
  • soltanto qualora il convenuto svolga una difesa che si articoli con la proposizione di una domanda riconvenzionale, di compensazione, di accertamento pregiudiziale, l’introduzione di una domanda ulteriore e la sua esorbitanza dal rito di cui all’art. 14 comporta che si debba dar corso alla trattazione di detta domanda con il rito sommario, qualora anche la domanda introdotta dal cliente si presti ad un’istruzione sommaria; in caso contrario, si impone di separarne la trattazione e di procedere con il rito per essa di regola previsto. Ciò è possibile sempre che non si ponga anche un problema di connessione ai sensi degli artt. 34, 35 e 36 c.p.c., e, se è stata adita la corte di appello, il problema della soggezione della domanda del cliente alla competenza di un giudice di primo grado, che ne impone la rimessione ad esso.

 Rif. Corte di Cassazione, Sezioni Unite civili, sentenza 23 febbraio 2018, n. 4485