Novità fiscali di periodo

Consulenza tributaria e tax compliance

Di seguito si riporta una breve sintesi degli ultimi chiarimenti resi di recente dall’Agenzia delle entrate.

 

 

Imposte dirette

 

Trust fiscalmente inesisteste se il disponente non si spossessa dei beni

Un trust non può essere considerato validamente operante sotto il profilo fiscale nel caso in cui non vi sia il pieno spossessamento dei beni da parte del disponente. Lo ha chiarito l’Agenzia delle entrate – Risposta ad istanza di interpello n. 381/2019, ribadendo l’orientamento già espresso nelle Circolari n. 43/E/2009 e n. 61/E/2010.

Pertanto, nel caso in cui il trustee non abbia l’effettivo potere di amministrare e disporre dei beni vincolati in un trust:

  • il trust non può essere qualificato quale soggetto passivo ai fini delle imposte sui redditi;
  • il trust deve essere considerato quale una mera struttura interposta rispetto al disponente;
  • i redditi formalmente prodotti dal trust sono assoggettati a tassazione in capo al disponente secondo i principi generali previsti per ciascuna delle categorie reddituali di appartenenza.

 

Rif. Agenzia delle entrate, Risposta ad istanza di interpello 11 settembre 2019, n. 381

 

Non è abusiva la scissione finalizzata al passaggio generazionale

L’Agenzia delle Entrate - Risposta ad istanza di interpello n. 343/2019 - è intervenuta in tema di valutazione antiabuso di un’operazione di scissione totale finalizzata al passaggio generazionale.

La fattispecie in questione ha ad oggetto una holding con azioni ordinarie (azioni A) e azioni prive di diritto di voto (azioni B), in cui l’usufrutto sulle azioni A spetta all’esponente di prima generazione mentre la nuda proprietà a quelli di seconda (titolari della piena proprietà delle azioni B). La riorganizzazione si sostanzia in una scissione totale non proporzionale finalizzata alla costituzione di quattro nuove società, ciascuna interamente partecipata da un esponente di seconda generazione. Ciò è prodromico all’ingresso della terza generazione.

L’Agenzia ha confermato la liceità di questa impostazione, volta a riprodurre nelle quattro beneficiarie la stessa situazione esistente sulla scissa, chiarendo che in caso di scissione totale o parziale a favore di società beneficiarie preesistenti o di nuova costituzione qualora le azioni o le quote della società scissa siano gravate da diritti di pegno o di usufrutto, questi diritti si trasferiscono per effetto della scissione sulle azioni o quote assegnate ai soci della scissa. Pertanto, i diritti reali di godimento, gravanti sulle partecipazioni sociali, nel caso in cui dette partecipazioni vengano, per vicende inerenti alla società partecipata, a modificarsi o ad estinguersi con attribuzione di un concambio e cioè con attribuzione di partecipazioni in un’altra società formalmente diversa da quella originaria che comunque esprimono lo stesso valore economico, continuano sulle azioni o quote che sostituiscono quelle originarie. E ciò in quanto la vicenda societaria non deve incidere sul rapporto tra socio e creditore pignoratizio o usufruttuario arricchendo il primo a danno dei secondi in presenza di un concambio. Inoltre, ha sostenuto che l’operazione in esame è neutrale e non è abusiva, non essendo volta a spostare la tassazione dai beni di primo grado (immobili) a quelli di secondo grado (partecipazioni).

 

Rif. Agenzia delle entrate, Risposta ad istanza di interpello 23 agosto 2019, n. 343

 

Abusiva una riorganizzazione societaria finalizzata a beneficiare della rivalutazione delle quote

È abusiva una riorganizzazione societaria posta in essere al solo fine di beneficiare del vantaggio fiscale derivante dalla rivalutazione delle quote, altrimenti non spettante. È quanto chiarito dall’Agenzia delle entrate - Risposta ad istanza di interpello n. 341/2019 – esaminando il caso avente ad oggetto la costituzione di una newco seguita dalla cessione alla stessa di partecipazioni previamente rivalutate e infine una fusione inversa.

Nel caso di recesso cd. “tipico”, attuato tramite l’annullamento e il rimborso della partecipazione detenuta, le somme ricevute dal socio recedente, per la parte eccedente il costo fiscalmente riconosciuto della partecipazione medesima, costituiscono utile, e sono tassati come redditi di capitale, nell’ipotesi di recesso cd. “atipico”, che si attua mediante la cessione a titolo oneroso della partecipazione agli altri soci ovvero a soggetti terzi estranei alla compagine sociale, le somme ricevute dal socio rientrano tra i redditi diversi di natura finanziaria (capital gain). Dal momento che il valore della partecipazione rivalutato rileva solo nel caso di recesso c.d. “atipico” e non anche in quello c.d. “tipico” è considerata abusiva ai sensi dell’art. 10-bis della Legge n. 212/2000 l’operazione che tende a porre in essere un recesso atipico idoneo a far conseguire un vantaggio fiscale, è rinvenibile nel risparmio d’imposta derivante dall’assolvimento di un’imposta sostitutiva sul valore di perizia delle partecipazioni in luogo della ritenuta a titolo d’imposta del 26% prevista ordinariamente sui redditi di capitale.

 

Rif. Agenzia delle entrate, Risposta ad istanza di interpello 23 agosto 2019, n. 341

 

Fusioni e scissioni: limiti al riporto delle perdite pregresse

L’Agenzia delle entrate – Risposta ad istanza di interpello n. 333/2019 – ha reso chiarimenti in merito alla disciplina relativa al riporto delle perdite pregresse nelle operazioni di fusione e scissione.

In particolare, l’Agenzia è intervenuta sulle limitazioni al riporto delle perdite fiscali pregresse dei soggetti coinvolti in un progetto di riorganizzazione societaria che consiste:

  • in un’operazione di scissione totale non proporzionale ex art. 173 del DPR n. 917/1986 e a beneficio di società neocostituite;
  • seguita da una fusione societaria ex art. 172 del DPR n. 917/1986 che prevede l’incorporazione di tali società da parte dei rispettivi soci unici.

Ai sensi degli articoli 172, comma 7 e 173, comma 10 del DPR n. 917/1986, le perdite fiscali delle società partecipanti rispettivamente ad operazioni di fusione e scissione possono essere portate in diminuzione del reddito della società risultante dalla fusione, incorporante o beneficiaria della scissione:

  • per la parte del loro ammontare che non eccede quello del patrimonio netto della società che riporta le perdite, quale risulta dall’ultimo bilancio, senza tener conto dei conferimenti e versamenti fatti negli ultimi ventiquattro mesi anteriori alla data cui si riferisce la situazione stessa, neutralizzando così i tentativi volti a consentire un pieno, quanto artificioso, recupero delle perdite fiscali;
  • a condizione che la società, le cui perdite sono oggetto di riporto, non sia una “bara fiscale”. 

La ratio sottesa a tali limitazioni è di contrastare la realizzazione di fusioni con società prive di capacità produttiva poste in essere al fine di attuare la compensazione intersoggettiva delle perdite fiscali di una società con gli utili imponibili dell’altra.

Nell’ambito delle operazioni di scissione, l’Agenzia ha osservato che il rischio di elusione legato alla “compensazione intersoggettiva” delle perdite sussista solo nel caso in cui la beneficiaria della scissione preesista alla scissione stessa e non sia, quindi, di nuova costituzione; in quest’ultimo caso della società beneficiaria costituita per effetto della scissione, le limitazioni alla riportabilità non trovano applicazione in relazione alle perdite fiscali trasferite dalla scissa.

 

Rif. Agenzia delle entrate, Risposta ad istanza di interpello 8 agosto 2019, n. 333

 

Imposte indirette

 

Definizione agevolata del PVC: ammessa la rivalsa successiva dell’IVA

È ammessa la rivalsa successiva da parte del cedente/prestatore dell’IVA pagata per effetto dell’adesione all’istituto della definizione agevolata del processo verbale di constatazione (ex. Art. 1, DL n. 119/2018). Specularmente, il cessionario/committente può esercitare la detrazione dell’imposta pagata.

È quanto ha chiarito l’Agenzia delle entrate – Risposta ad istanza di interpello n. 349/2019 – precisando che la previsione recata dall’art. 60, co. 7 del DPR n. 633/1972, è volta a garantire il rispetto del principio di neutralità IVA, che, per sua natura grava sui contribuenti finali e non sugli operatori economici.

Pertanto, confermando un orientamento già espresso, l’Agenzia ha ribadito che della stessa non deve essere fornita una lettura restrittiva limitandone l’applicazione solo all’imposta pagata a seguito di avvisi di accertamento o di rettifica, ma anche alle ipotesi in cui – pur in carenza di un atto impositivo propriamente detto (i.e. PVC) – la maggiore imposta contestata dagli organi accertatori sia stata versata a titolo definitivo da parte del contribuente.

 

Rif. Agenzia delle entrate, Risposta ad istanza di interpello 28 agosto 2019, n. 349

 

Fiscalità internazionale

 

Tassati in Italia gli interessi percepiti da banche estere per finanziamenti concessi a soggetti residenti

Sono assoggettati a tassazione in Italia gli interessi corrisposti da soggetti ivi residenti a istituti di credito esteri in relazione a prestiti loro concessi. Secondo quanto chiarito dall’Agenzia delle entrate – Risposta ad istanza di interpello n. 379/2019 – dalla lettura combinata degli articoli 23 e 151 del DPR n. 917/1986 deriva che i redditi di capitale (i.e. interessi) percepiti da soggetti non residenti, compresi quelli realizzati nell’esercizio di attività commerciale senza stabile organizzazione in Italia, sono assoggettati in linea generale alla ritenuta alla fonte a titolo d’imposta. Tuttavia, ai fini della corretta quantificazione della ritenuta, la norma nazionale deve essere armonizzata con quella Convenzionale, che dispone (art. 11 Convenzione OCSE) che gli interessi sono imponibili nello Stato di residenza del soggetto percettore. Detti interessi siano imponibili anche nello Stato della fonte ma, se la persona che percepisce gli interessi ne è l’effettivo beneficiario, l’imposta così applicata non può eccedere il 12,50% dell’ammontare degli stessi.

 

Rif. Agenzia delle entrate, Risposta ad istanza di interpello 11 settembre 2019, n. 379

 

Esenti da ritenuta i dividendi distribuiti da società che ha trasferito la sede in regime di continuità giuridica

L’Agenzia delle entrate - Risposta ad istanza di interpello n. 380/2019 - ha chiarito che una società italiana può beneficiare dell’esenzione dell’applicazione della ritenuta alla fonte sui dividendi distribuiti dalla sua controllante svizzera, che ha trasferito la propria sede dal Lussemburgo in continuità giuridica.

Secondo quanto previsto dall’Accordo tra Unione Europea e Svizzera, detta esenzione è subordinata al fatto che la società madre detenga direttamente almeno il 25% del capitale della società figlia per un periodo minimo di due anni. Ad avviso dell’Agenzia detto holding period non si interrompe per effetto del trasferimento di sede a condizione che il medesimo avvenga in regime di continuità giuridica e le legislazioni di entrambi gli Stati prevedano che lo stesso non dia luogo né a dissoluzione né a creazione di una nuova entità.

 

Rif. Agenzia delle entrate, Risoluzione 11 Settembre 2019, n. 380