Sulla flat tax

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Consulenza tributaria e tax compliance

La proposta dell’Istituto Bruno Leoni sulla flat tax è più che una provocazione. E’ un tentativo di aprire in modo serio e sistematico la discussione sul caos legislativo e amministrativo della fiscalità italiana, una delle cause della ridotta crescita e dello scarso appeal nazionale verso gli investitori esteri.
Mi inserisco nel dibattito con una osservazione.
Un’aliquota flat per l’Irpef si scontrerà con il fuoco di fila dei mille ideologismi di sinistra e di destra sulla progressività e sulla funzione redistributiva del prelievo, con conseguente possibile (o probabile?) censura costituzionale. Inoltre, è sul calo dell’Irpef che si gioca quasi tutto l’azzardo di questa riforma (con una riduzione attesa tra Irpef e addizionali comunali e regionali di circa 87 miliardi). Perciò è bene esser graduali. Si inizi con due aliquote, anziché una sola, - ad esempio 18/20% il primo scaglione e 33/35% il secondo - ipotizzando un risparmio meno violento, che spaventi di meno. Si riduca invece, con decisione, l’imposta sulle società.
Aumentare l’IRES dal 24 al 25% può servire allo slogan dell’aliquota unica, ma in realtà ha poco senso. L’Italia deve consolidare e rafforzare la ripresa della produzione nazionale e ha bisogno di uno shock per favorire l’investimento dall’estero, uno dei grandi fattori della crescita. Nel momento in cui sui tavoli del consigli di amministrazione delle multinazionali arrivano i bouquet di proposte di localizzazione degli headquarter post Brexit non mi sembra una buona idea, con tutti in cons che ha l’Italia, mandare il messaggio negativo dell’aumento, se pur di poco, della corporate tax.
Pare che un punto di IRES valga 1,2 miliardi. Portare l’IRES dal 24 al 18-20% costerebbe dunque tra i 5 e i 7 miliardi. Ciò, unito all’abolizione dell’Irap prevista dalla proposta di IBL – compensandola sostanzialmente con la re-istituzione del contributo sanitario -, costituirebbe un segnale semplice e potente che l’Italia vuol essere un paese amico delle imprese.
La Svezia insegna. Un sistema ad alta fiscalità personale può convivere con una bassa fiscalità d’impresa, in un mix virtuoso, senza sacrificare la crescita. Il reddito prima si produce e poi si distribuisce e consuma e se è prodotto in abbondanza fa accettare anche una tassazione personale altissima – cosa che non sarebbe comunque nella proposta sopra formulata -, come quella svedese.